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Emergenza Thurio: da quattro mesi in ginocchio

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Cassoni di camion trascinati a valle e detriti di varia natura, a quasi quattro mesi dall’emergenza che ha colpito le contrade cittadine di Thurio e Ministalla, ancora si stenta a tornare alla normalità

 

CORIGLIANO ROSSANO – Quando si subisce un evento traumatico e pericoloso come quello avvenuto a Thurio e Ministalla nella notte tra il 27 e il 28 novembre scorso, nel profondo di chi vive un trauma, avvengono molte cose. I giorni si susseguono alle notti, in un alternarsi ipnotico di tempi sospesi. Le notti lontani da casa, al caldo certo, in albergo ma lontano da tutto ciò che è familiare, da ciò che si è costruito attraverso il lavoro, sudato e faticoso delle aziende agricole della zona. Tornano alla mente i momenti concitati di quelle ore al buio, sotto la pioggia, al freddo.

Il boato sordo e potente che precede il fragore dell’acqua che invade i piani bassi delle case, le aziende, i recinti e le stalle dove ignari, dormono centinaia di animali. L’allarme e tutto ciò che è accaduto nelle ore successive lo si ricorda bene. L’attenzione mediatica, il via vai dei soccorritori, i mezzi che si muovono avanti ed indietro sulle strade fangose. Sono passati quasi quattro mesi dal 28 novembre, e camminando tra le contrade cittadine sono purtroppo ancora evidenti i segni delle problematiche di una comunità che, seppur piena di buona volontà, è ancora ferma e non riesce a rialzarsi.

Ed anche se le indagini da parte della Procura, che accerteranno responsabilità e conseguenze, sono ad oggi in corso, sembra essere già cominciato, come tipico dell’Italia, il balletto delle responsabilità che si rimandano tra uffici e enti, appellandosi a cavilli burocratici che immobilizzano chi sta cercando di fare qualcosa pur non avendo più risorse, l’ufficio Comunale di Protezione Civile e chi potrebbe intanto intervenire, sulla sistemazione definitiva dell’argine, che è di sua competenza, con le proprie finanze, senza aspettare altro tempo, la Regione Calabria, che conta di più Settori sui quali poter fare affidamento.

 

 

E poi c’è la gente, la parte più importante, i cittadini di una comunità che si sente sempre più sola, che attende decisioni che si sperano essere risolutorie ma che stentano ad arrivare, mentre tra i cumuli di terra riportata dal fiume si ha paura di ricominciare una vita normale, perché le condizioni precarie dell’argine preoccupano ogni giorno, con o senza pioggia.

E davvero basta camminare a bordo del Fiume Crati per accorgersi dell’incuria e dello stato di abbandono e di dimenticanza in cui versa. Accumuli di detriti, alberi caduti e sedimenti fanno parte della natura del fiume, che deve essere però, ciclicamente ripulito e mantenuto ma la cosa più incredibile è la tipologia di rifiuti: tutti di mano umana. Ed ecco spuntare sotto il ponte sul Fiume Crati, della s.s.106 bis, il cassone di un camion di gelati trascinato chi sa da dove, dalla forza dell’acqua e che potrebbe, in caso di piena creare blocchi al deflusso delle acque.

 

 

Inoltre sotto i ponti, quello che porta alla contrada di Apollinara sulla vecchia 106 e sotto quello della bis, sono evidenti i cumuli di detriti, tronchi e rami, che potrebbero ostruire il passaggio delle acque, se abbandonati a loro stessi, provocando ulteriori danni. E davvero, aspettare in questi casi, a chi giova?