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L’inizio di un nuovo racconto

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Un’occasione unica per i calabresi che vorranno cimentarsi in un business promettente creando posti di lavoro e sviluppo del territorio grazie alla contaminazione di tradizione, marketing turistico ed enogastronomia

 

CORIGLIANO ROSSANO (CS) – Tartufo di Calabria. Biodiversità, clima e ambiente danno origine a varietà uniche nell’ultimo lembo d’Italia. Il Pollino, ricco d’acqua e terreni dalla particolare acidità, è luogo florido per il pregiato fungo ipogeo. Sconosciuto dal mercato che, durante il boom del tartufo della fine degli anni Novanta ha prediletto la diffusione di quello del Nord e Centro Italia, é stato da sempre commercializzato attraverso trattative private. Una pratica di cui hanno beneficiato pochi, senza alcuna ripercussione sull’economia del territorio, rendendo il tartufo calabrese, di fatto, una prelibatezza appannaggio delle élite. L’area vocata si trova dal lato calabrese del massiccio del Parco Nazionale del Pollino, in provincia di Cosenza, tra i Comuni di Castrovillari, Frascineto, Saracena, Mormanno, Morano Calabro, San Basile, Civita, Laino Borgo, Laino Castello, Acquaformosa, Lungro, Papasidero, San Sosti, Verbicaro, San Donato di Ninea e Orsomarso. In una poesia di profumi i cercatori, come Carmine Mirabelli e il suo cane Zara, in base ad un preciso calendario che segue la formazione spontanea delle specie di tartufo di Calabria più conosciute, raccolgono durante l’intero arco dell’anno il bianco pregiato (tuber magnatum), il nero uncinato (tuber uncinatum), il moscato (tuber brumale), lo scorzone (tuber aestiuvum) e i bianchetti (tuber borchi).

 

 

Un potenziale enorme che un imprenditore illuminato ha inteso sviluppare per creare un nuovo marchio dell’identità calabrese. Si tratta di Enrico Pirro tra i protagonisti dell’agroalimentare di qualità che ha deciso di dedicarsi alla valorizzazione del Tartufo di Calabria. L’obiettivo è diffondere la consapevolezza della ricchezza e abbondanza esistente di un prodotto raro in grado di fungere da volano per l’economia del territorio. Come è successo con il peperoncino e la cucina contadina, l’impreziosire i piatti tipici scoprendo un nuovo connubio tra tartufo e tradizione calabrese si annuncia vincente. Pirro conosce bene questa dinamica avendo vissuto in prima persona un’esperienza imprenditoriale nelle Langhe, patria del tartufo bianco, che richiama ogni anno ad ottobre oltre centomila visitatori italiani e stranieri durante le quattro settimane della sagra del Tartufo d’Alba. «Nel 2000 Domenico Massucco, piemontese che opera nell’agroalimentare, cercava un produttore di pasta speciale all’uovo. È venuto quindi a trovarmi negli stabilimenti di Corigliano Calabro. Quando ho ricambiato la visita nelle Langhe – ricorda Enrico Pirro raccontando il suo primo approccio all’acquisto di un tartufo bianco d’Alba – ho visto l’oro a terra. Fino a quel momento non conoscevo l’esistenza di questa varietà tipica. Viste le enormi possibilità che offriva a quel territorio in pieno fermento economico, ho quindi deciso di cimentarmi in questo nuovo business.

Ora voglio spingermi oltre. Fare crescere la mia terra, riprodurre l’esperienza di Alba in Calabria. La sfida è far emergere un’eccellenza ad oggi ignorata: il Tartufo del Parco Nazionale del Pollino. Dare così la possibilità di rilanciare lo sviluppo dei paesi a rischio spopolamento dell’entroterra cosentino. Luoghi in cui la disoccupazione costringe ad emigrare, dove è necessario investire nelle eccellenze identitarie. Comuni in cui basterebbe far crescere l’economia sommersa del tartufo per dare lavoro ai giovani e alle nuove generazioni. Dai raccoglitori alle associazioni dedicate come ‘Il tartufo e la sua cultura’, dalla ristorazione all’escursionismo, dalle sagre all’indotto commerciale (pasta, formaggi, olio, salumi al tartufo) fino alla diffusione su larga scala di alimenti tipici come la cipolla di Castrovillari o il riso di Sibari, le possibilità di crescita di un’agricoltura a basso impatto ambientale e del turismo enogastronomico sono inimmaginabili. Opportunità che possono portare a un fiorente mercato in termini di fatturati». Un percorso in itinere in cui le istituzioni rivestono un ruolo fondamentale. A dimostrarlo sono gli studi di cui attualmente è oggetto il Tartufo di Calabria.

«Con l’Istituto di Bioscienze e Biorisorse del CNR di Perugia – spiega Luigi Gallo, agronomo dell’Arsac (Agenzia Regionale per lo Sviluppo dell’Agricoltura Calabrese) – stiamo collaborando per la caratterizzazione delle specie di tartufo esistenti in Calabria. Siamo partiti dall’area del Parco Nazionale del Pollino collaborando con il Comune di Castrovillari, che ha investito nella ricerca, e con l’associazione ‘Il tartufo e la sua cultura’ presieduta da Salvatore Argentano e costituita da raccoglitori, appassionati, amatoriali e di professione. Ad oggi abbiamo identificato le specie nere e bianche che crescono spontaneamente e siglato un protocollo d’intesa tra Arsac, Comuni e CNR per il riconoscimento delle specie di tartufi locali. L’Istituto di Bioscienze e Biorisorse del CNR di Perugia sta lavorando alla tipizzazione di questo fungo del Pollino mediante analisi basate su tecniche di biologia molecolare. In altri termini, stiamo facendo una sorta di carta d’identità genetica del nostro tartufo propedeutica ad eventuali marchi di qualità (Igp, Dop, ecc.). Un passaggio essenziale per tracciarne la provenienza geografica e valorizzare quei territori in cui realmente vengono raccolti. Il tartufo, come noto, oltre a potassio, calcio e ferro che hanno effetti benefici sull’intero organismo è ottimo per i cardiopatici e possiede acidi grassi insaturi in grado di ridurre il colesterolo.

 

 

La ricca biodiversità della Calabria – afferma ancora Gallo – crediamo possa aver potenziato queste qualità». Proprietà organolettiche di un alimento fin dall’antichità presente nelle diete delle classi più abbienti di Etruschi, Greci, Sumeri, Romani e delle corti europee del Settecento. Mitologicamente il fungo ipogeo, di cui parla nel 79 d.C. anche Plinio il Vecchio, nasce da un fulmine scagliato dal dio Giove vicino ad una quercia. Una leggenda che nei secoli ha tramandato l’idea, priva di qualsiasi riscontro scientifico, che il tartufo fosse afrodisiaco. A lanciare la diffusione del tartufo calabrese, partecipando alle manifestazioni fieristiche agroalimentari nazionali (come il Cibus di Parma a maggio) e internazionali (Fancy Food di New York a giugno e Sial di Parigi ad ottobre), è stato proprio Enrico Pirro. L’imprenditore che vuole far diventare il tartufo patrimonio della Calabria, simbolo del riscatto di una regione pronta per l’inizio di un nuovo racconto.

 

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